Ghana, Togo e Benin: La magia e la sensualità dell’Africa: tra polvere, oro e spirito

Un viaggio antropologico tra Ghana, Togo e Benin: dai festival d’oro degli Ashanti ai riti Voodoo di Ouidah. Un’immersione intensa tra polvere, spirito e resistenza.

Ho atteso tanto questo viaggio e quando finalmente si è concretizzato ho cominciato a sentire la meraviglia che mi avrebbe aspettato. E via via, giorno dopo giorno, si è attaccato forte alla pelle, come la polvere rossa che segna ogni cammino in questa parte di mondo. L’Africa che ho incontrato è un corpo vivo, pulsante e contraddittorio, capace di oscillare tra la ferocia della storia e una vitalità che non si lascia domare.

L’oro degli Ashanti e l’orrore dei castelli

Il mio viaggio inizia nel cuore del Ghana, a Kumasi, al cospetto del re degli Ashanti. Partecipare all’Akwasidae Festival significa immergersi in una dimensione dove l’ostentazione non è vanità, ma potere sacro. Abbiamo osservato i corpi grassi e sodi dei dignitari, ricoperti d’oro, gioielli e monili vistosi come segno evidente di benessere e prestigio in una terra che conosce la fame. È una celebrazione potente, scandita da percussioni che sembrano voler scuotere la terra stessa. Eppure, a poche ore di distanza, questa opulenza sbiadisce di fronte al bianco accecante dei castelli di Elmina e Cape Coast. Camminare nei sotterranei dove gli schiavi attendevano il “non ritorno” è un’esperienza fisica. Quei castelli sono cicatrici bianche affacciate sull’oceano, monumenti a un orrore che ha trasformato l’essere umano in merce. È un contrasto stridente che ti costringe a riflettere su quanto sia sottile il confine tra la regalità di un popolo e la sua vulnerabilità.

La costa della laguna: dove l’acqua incontra lo spirito

Scendendo verso Ada Foah, la geografia si fa selvaggia. Ho visto le dune di sabbia gialla come miele fare da spartiacque tra la calma della laguna e il fragore dell’oceano. La laguna diventa luogo di mercato, di scambio, il pesce viene adagiato sulla sabbia in attesa di essere acquistato ed in questo tempo la vita dei villaggi si concentra qui con un rito collettivo che trasmette gioia.

Il passaggio all’orfanotrofio di Aflao Lomè è stato un momento di rottura. Siamo stati accolti da un abbraccio sincero che si è manifestata nei canti e nelle danze dei ragazzi di Helen, la donna che coordina le attività e la vita di questo luogo in cui gli bbandoni trovano rifugio. Come si può restare distaccati quando la commozione diventa un linguaggio universale che ti stringe la gola e ti lascia la sensazione di aver ricevuto molto più di quanto hai portato dall’Italia, molto di più!

Ouidah e il Voodoo: il sacro nella polvere

Proseguiamo verso Ouidah, in Benin dove la separazione tra sacro e profano svanisce, qui i giorni sono stati intensi, vissuti ogni minuto in maniera speciale, soprattutto nella Maison della Joie; ci sentivamo a casa qui, tanto da dormire con la porta della camera aperta, girare liberamente scalzi, condividere i pasti nel tavolo comune, giocare con i bambini nel cortile, scambiare le nostre sensazioni con chi come noi aveva scelto si essere lì. Mai avrei immaginato di trovarmi al cospetto del Pope, il capo spirituale del voodo e di riceverne la benedizione nella sua residenza, mai avrei pensato di inginocchiarmi di fronte a lui ed ascoltare in una lingua sconosciuta le sue parole. Mai avrei pensato di percorrere insieme a loro “La via del non ritorno” ed arrivare sulla spiaggia trasformata in palcoscenico di trance e balli. Ho percepito il Voodoo come un’energia che connette i vivi, i morti e la natura. Sempre a Oudah ho avuto la gioia di assistere al Festival international de danse Agogo“, l’apice di quella “sensualità” che dà il titolo al mio racconto: una folla oceanica, il calore umido che appiccica i vestiti alla pelle, il sudore che si mescola tra estranei e danze che sfiorano l’erotismo. C’è una vitalità potente che travolge ogni timore.

L’architettura della resistenza: Somba e Taneka

Spostandomi verso il Nord, ho incontrato l’Africa che ha saputo resistere. I Taneka e i Somba sono popoli che hanno scolpito la loro identità nel rifiuto. I Taneka, custodi dell’animismo, vivono in villaggi di case rotonde protetti dalle montagne dell’Atakora; un tempo queste grotte furono il loro rifugio dai negrieri. Percorriamo la lunga “pista rossa” che si snoda nella regione dell’Atakora fino a Boukumbè poco prima del confine con il Togo. Entriamo nei villaggi e dentro le loro abitazioni, le tata, non sono semplici case ma piccole fortezze d’argilla sparse tra i campi, tutte con l’altare voodo e tanti feticci.

Il rosso di Abomey e la nebbia di Ganviè

Abomey mi è rimasta impressa per il colore: tutto è rosso. La terra, le strade e il ricordo del sangue dei sovrani del Dahomey, tra i più sanguinari della storia. Visitare il Palazzo Reale significa confrontarsi con templi costruiti con argilla impastata di sangue umano e polvere d’oro. Al contrario, Ganviè è una visione onirica: una laguna avvolta nella nebbia dove l’etnia Tofinou vive su palafitte. Anche qui, la scelta dell’acqua come dimora è stata una strategia di difesa per sfuggire alla furia dei re del Dahomey. Le piroghe sono le loro strade, la pesca è il loro ritmo.

L’ultimo fuoco

Il viaggio si è chiuso a Sokodè con la danza del fuoco dei Tem. Vedere uomini masticare tizzoni ardenti senza alcun segno di dolore ti riporta bruscamente al punto di partenza: l’Africa è un luogo dove la realtà fisica si piega alla forza dello spirito.

Lascio Lomè con una birra di fronte all’oceano, osservando i pescatori tirare le reti sulla spiaggia. Questo viaggio è stato un dono generoso di emozioni, una sinfonia di colori e percussioni che continua a risuonarmi dentro, ricordandomi che, in Africa, la vita non si osserva: si attraversa.

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