Madagascar, un viaggio di scoperta e adattamento: richiede flessibilità, pazienza e spirito di gruppo, ma ripaga con esperienze naturali e umane straordinarie. Una natura unica, paesaggi spettacolari e persone che incantano con la loro dolcezza. Ma anche la realtà cruda di uno dei paesi più poveri al mondo.
Le condizioni delle strade, sia le direttrici principali sia l’off-road della parte occidentale, sono pessime. Nei primi giorni a bordo delle jeep, sulle piste di sabbia, l’abilità dei driver e gli ottimi ammortizzatori hanno attutito i colpi. Ma quando si arriva alle grandi vie di collegamento, la realtà è fatta di grandi crateri, disallineamenti e tratti sterrati che creano un enorme disagio; la manutenzione è un miraggio e la furia dei cicloni rende le vie peggiori di anno in anno, lasciando solo brevi e rari frammenti di asfalto intatto. Così, quando si lasciano le jeep e si sale su pulmini privi di ogni comfort, si procede quasi a passo d’uomo; trasferimenti che diventano logoranti, quando ci vogliono oltre dieci ore di sobbalzi per raggiungere la tappa successiva.
Il Madagascar, però, ripaga ogni scossa con la sua bellezza primitiva. Ci sono i meravigliosi paesaggi che si susseguono, i tramonti “africani” che incendiano il cielo, la biodiversità unica della flora e della fauna, e le abitazioni tradizionali che raccontano l’anima delle diverse etnie e dei loro rituali – dalle capanne di paglia e fango ai mattoni in terra battuta degli altopiani centrali, fino ai balconi in legno intagliato di Ambositra. E sopra ogni cosa, i sorrisi dei bambini lungo le strade e nei villaggi, con la loro gioia nel ricevere anche solo una bottiglia di plastica vuota, pronti a trasformarla in una macchinina con cui giocare.
Il viaggio diventa così una sequenza di sguardi, vita vissuta e scambi: i profili dei Baobab all’imbrunire, le rocce affilate del Grande e Piccolo Tsingy, gli occhi dei lemuri, i colori dei camaleonti e il volo degli uccelli rari a Nosy Ve. E ancora, la navigazione lenta lungo il fiume guardando la vita scorrere sulle rive, il tuffo nelle cascate turchesi e gelide, i parchi e il mare incontaminato.
Abbiamo attraversato fiumi su zattere e siamo saliti su trattori per raggiungere il motoscafo diretto ad Anakao, mentre gli zebù, con flemma antica, trasportavano i nostri bagagli. Il cibo è stato sempre ottimo, con proposte malgasce il cui gusto ha conquistato ogni palato, così come eccellenti sono state le strutture dove abbiamo dormito, alternate a due notti “wild” in tenda, sotto le stelle. Infine il blu del mare, il sapore delle aragoste sulla spiaggia, il viavai delle barche dei pescatori e i colori caldi della festa per il giorno dell’Indipendenza.
Lemuri e baobab, le immagini iconiche di un’isola remota dal fascino primordiale, definita la Terra dei Cinque Orizzonti per i suoi paesaggi sconfinati e la sua biodiversità unica al mondo.
Abbiamo attraversato villaggi lungo le piste sabbiose, lungo le strade malconce e navigando sul fiume Tsiribihina; tribù diverse tra loro per riti, lingua, modo di costruire le case, un mosaico etnico che l’isola ha custodito intatto nel tempo.
Siamo entrati nelle cittadine e abbiamo trovato una povertà estrema, tangibile. Tantissimi e ovunque i bambini, corrono, salutano, chiedono, sorridono, gentili e curiosi, mai invadenti.
Abbiamo dormito sotto le stelle, danzato attorno ad un falò, cantato nelle tante ore sul pulmino, abbiamo assaporato l’ottima ed inaspettata cucina malgascia, siamo stati accolti in lodge e resort, quasi bolle a parte rispetto alla vita reale che le circonda.
Abbiamo camminato lungo i sentieri dei parchi nazionali in cerca di lemuri, nuotato nelle fredde acque delle cascate incastonate in una vegetazione unica.
Su di un trattore noi, e su un carretto trainato da zebù i nostri bagagli, abbiamo raggiunto il motoscafo per Anakao, un villaggio di pescatori che con le loro piroghe a vela escono all’alba e rientrano al tramonto.
Siamo stati lì durante la Festa dell’Indipendenza: sentita, partecipata, colorata — bandiere, canti, un orgoglio nazionale che si respira nell’aria, memoria viva della fine del colonialismo francese.
Accanto alla meraviglia scorre il dolore per la povertà diffusa. Il Madagascar è uno dei paesi più poveri al mondo che vive una crisi economica cronica con un altissimo tasso di povertà estrema. Lo si avverte già all’uscita dell’aeroporto di Tana, dove si viene letteralmente assaliti da mendicanti e finti facchini, espressione di una disoccupazione e sottoccupazione devastanti, dove l’arrivo dello straniero, rappresenta, spesso, l’unica possibilità di portare a casa un pasto.
Lungo il viaggio, uno dei primi interrogativi è sul perché di così tanti bambini soli in strada, soprattutto ai margini delle cittadine; costretti a dedicarsi al commercio ambulante, alla raccolta di rifiuti o a lavori agricoli pesanti per garantire la sopravvivenza propria e della famiglia, abbandonando così ogni percorso scolastico.
È drammaticamente visibile anche il fenomeno delle giovanissime madri, abbandonate da compagni occasionali con cui speravano di costruire un futuro, ridotte a mendicare e sfruttate per i lavori più umili, senza alcuna tutela sociale. Spesso manca la necessaria consapevolezza, alimentata dalla carenza di istruzione e informazione, che potrebbe consentire loro di affrancarsi e non rimanere intrappolate in questo ciclo di sfruttamento, costrette alla strada solo per riuscire a sfamare i propri figli.
In questo scenario già fortemente critico si inserisce la corruzione che storicamente drena le risorse degli aiuti internazionali e degli investimenti pubblici, paralizzando lo sviluppo e i servizi essenziali e alimentando una profonda instabilità istituzionale.
