“Cento motivi reclamano la partenza. Si parte per entrare in contatto con altre identità umane, per riempire una mappa vuota. Si ha la sensazione che quello sia il cuore del mondo. Si parte per incontrare le molteplici forme della fede. Si parte perché si è ancora giovani e si desidera ardentemente essere pervasi dall’eccitazione, sentire lo scricchiolio degli stivali nella polvere; si va perché si è vecchi e si sente il bisogno di capire qualcosa prima che sia troppo tardi. Si parte per vedere quello che succederà.” (Colin Thubron – Ombre sulla via della seta)
Abbiamo vissuto insieme momenti intensi, che ci hanno legati in modo profondo e indimenticabile. Ognuno ha affrontato questo lungo viaggio a suo modo, superando confini fisici ed emotivi, ritrovandosi in una (non)quotidianità dove ogni cosa aveva il sapore dell’inaspettato, lontano dalla familiarità delle nostre giornate di origine.
Ogni istante ha lasciato un segno: il caffè sorseggiato ovunque, i pranzi improvvisati sui pulmini, i driver sempre sorridenti, e quei bus dove abbiamo cantato, riso, giocato, pianto e trovato conforto. Ogni colazione cinese, ogni angolo incantato – e persino quelli meno suggestivi – hanno contribuito a creare un mosaico di ricordi che non svaniranno.
Le lunghe ed inutili discussioni ai ticket office con il traduttore, i grappoli d’uva colti sotto i pergolati di Turpan, birre bevute sotto cieli sconfinati, noodles saporiti nel villaggio uiguro di Tuyoq, i balli accennati ai matrimoni incontrati lungo il cammino. E poi, quella serata nel ristorante di Kuqa, quando siamo stati accolti come ospiti d’onore al banchetto della gente del posto, la cambusa che ci ha aiutato a socializzare e attutire tensioni.Indimenticabili le ore trascorse sui treni, tra chiacchiere, canti, calici di vino e tutto quello che c’era da condividere. E la passeggiata al tramonto tra le rovine di Jiahe, i monasteri immersi nel silenzio, il tempio sospeso, le grotte saccheggiate, le praterie che si stendevano all’infinito puntinate di bianco per le numerose greggi al pascolo.
Il lungo viaggio sulla Karakorum Highway per arrivare al lago Karakul, un giro in moto sul tetto del mondo, la notte insonne in una yurta dopo aver cantato e mangiato noccioline tutti insieme.
Il mercato degli animali di Kashgar e il carretto che correva contromano per portarci in albergo, la sabbia dentro il naso e la bocca dopo essere rotolati giù dalle dune e poi il taxi a Dunhuang, scalzi e ancora frastornati.
L’odore forte del burro di Yak a Tongren, il tramonto infuocato sulla Danxia Landform, la passeggiata sulla Grande Muraglia, i dumpling l’ultimo giorno a Beijing.
La Grande Moschea a Xi’an, l’esercito di terracotta ed il generale in particolare, le strade brulicanti del quartiere musulmano con i loro profumi intensi del cibo si strada, i colori vividi, il frastuono delle voci
La meraviglia di svegliarsi ogni giorno in un posto nuovo da scoprire e ogni notte una finestra diversa apriva la strada a un nuovo orizzonte.
Un viaggio che ci ha regalato un’esperienza che va oltre i chilometri percorsi, fatta di legami, incontri e momenti straordinari.
