Giappone: tra la contemplazione dei ciliegi e il silenzio dei monaci

Se l’Africa è polvere rossa che si attacca alla pelle, il Giappone è una lama di luce fredda che incide la memoria. È un viaggio che non si percorre solo nello spazio, ma nel tempo: un’oscillazione continua tra la vertigine tecnologica di Tokyo e l’immobilità sacra del Monte Koya. E’ il dolore del ricordo dell’orrore, del male che pervade gli uomini.  
Il mio impatto con Tokyo ha il ritmo veloce dello Skyliner, il sapore dolciastro dello street food nel parco di Ueno, la contemplazione dei ciliegi in fiore durante i giorni delll’Hanami. Non immaginavo la bellezza e la poesia di camminare sotto la pioggia di petali che leggera cade a terra. Centinaia di persone assiepate sotto gli alberi, su colorati teli, con gli occhi sgranati a contemplare tanta meraviglia. E la sera a Chidorigafuchi, con gli alberi illuminati che si specchiano nell’acqua, diventa difficile muoversi tra la folla. Ciliegi ovunque, con i loro fiori rosa o bianchi, protagonisti indiscussi di una fragilità che sembra perfetta. Tokyo, una metropoli che combina poesia, tradizioni e modernità. Passeggio tra i ciliegi in fiore nel silenzio dell’antico tempio di Senso-ji  nel quartiere di Asakusa, fino a trovarmi a Shibuya, nell’ incrocio dove migliaia di vite si sfiorano senza mai toccarsi.

Kyoto: L’estetica della resistenza

Kyoto è la città dove il Giappone si mette il kimono. Qui c’è una dimensione diversa, più intima nelle strette strade del nucleo antico dove abbiamo incontrato alcune Geisha e mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, quello descritto in alcune pagine della letteratura giapponese o di guardare una vecchia pellicola. Camminare nelle stradine di Sannenzaka e Ninenzaka, tra le case basse di legno e il profumo di zuppa di piccoli ristoranti a conduzione familiare, mi ha fatto sentire di abitare luoghi del mio immaginario.  Kyoto è tradizione ed armonia, quasi tangibile nei padiglioni d’oro del Kinkakuji che si specchiano nell’acqua. Kyoto è anche fatica: salire i mille Torii rossi del Fushimi Inari è stata una sfida. Man mano che i gradini aumentavano, la folla dei turisti ai piedi della collina diventava un brusio lontano, fino a scomparire. In quella solitudine, tra il rosso acceso del legno e il verde scuro della foresta, sola tra le porte sacre, ho sentito una grande leggerezza.

Polvere ed acqua: Hiroshima e Miyajima

Quanto stupore quando arrivo a Miyajima, Il Torii rosso che galleggia sulla marea sembra una porta verso un altro mondo. Un’immagine iconica, da cartolina, di una bellezza che stride con la memoria di Hiroshima. Visitare il Memoriale della Pace è un’esperienza fisica, un vuoto nello stomaco che ti costringe a guardare l’abisso della storia nel cuore di un parco silenzioso.

Il silenzio di Koyasan e l’ultimo fuoco

Il viaggio ha trovato il suo apice spirituale sul Monte Koya, ospiti in un monastero poco distante dal cimitero di Oku-no-in. Immerso in un bosco di cedri secolari, qui la separazione tra vivi e morti sfuma in un silenzio che quasi pesa. All’interno del monastero abbiamo indossato i Kimono offerti aiutandoci, attraverso anche l’abito, a percepire una maggiore vicinanza con il luogo sacro in cui eravamo. Una cena vegana e il risveglio all’alba per la cerimonia del fuoco, ci ha fatto vivere momenti di rigore ed essenziale catapultati fuori dalla frenesia delle grandi città.

Il mio Giappone è stato un combinazione armonica di contrasti: dalla tenerezza dei ciliegi rosa e del dolore di Hiroshima, al sacro rosso dei Torii sospesi tra terra e acqua, fino all’oro zen di Kyoto che riflette la luce dello spirito. Geometria e silenzio; un viaggio dove l’estetica non è solo forma, ma una via per abitare l’essenziale.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *